Il ritorno de l manoscritto color porpora Il Codex Purpureus Rossanensis, manoscritto onciale greco del VI secolo, nel Museo Diocesano di Rossano

Dal 9 ottobre 2015 il patrimonio della “Memory of the World” dell’Unesco si è arricchito di un tesoro unico nel genere, il Codex Purpureus Rossanensis. È un manoscritto onciale (redatto in antica scrittura maiuscola) greco risalente al VI secolo, emerso all’interno del tesoro della Cattedrale dell’Achiropita di Rossano Calabro (Cs) e portato agli onori della cronaca per la prima volta dagli studiosi tedeschi O.Von Gebhart e A. Harnack nel 1880. Grande attesa si è creata per il rientro del codex in sede, il 2 luglio prossimo, ovvero nel Museo diocesano di Rossano, anch’esso fresco di un lungo e accurato lavoro di restauro, dove sarà ricollocato e visibile dal 3 luglio 2016. Il nome del manoscritto deriva dalla peculiarità del color porpora delle sue pagine e dal luogo in cui fu ritrovato fortuitamente agli inizi del secolo XIX. Si tratta, più precisamente, di un Evangeliarium, ovvero un testo liturgico destinato a contenere i quattro vangeli, come suggerisce il frontespizio della Tavola delle concordanze, con i busti dei quattro evangelisti. Ma la tradizione ne ha preservato solo due, quelli di Matteo e di Marco. Straordinario l’interesse dell’opera: dal punto di vista biblico e religioso, è uno dei più antichi esemplari di manoscritti miniati conservatisi del Nuovo Testamento. A distinguerlo, invece, dal punto di vista artistico, paleografico e storico-documentario, sono i testi che riportano in oro il titolo e le tre righe iniziali della prima pagina, mentre il resto è trascritto in inchiostro argenteo. Il codex si profila, nel contempo, come un documento ricco di un pathos, nel quale si interseca una palpabile tensione spirituale. Le pagine miniate ripercorrono, infatti, la vicenda terrena di Gesù di Nazareth, gli incontri con un’umanità colta in alcuni momenti emblematici, il suo farsi uomo in una climax ascendente che lo condurrà alla Resurrezione. Non sono note le vicende per cui il Codex Purpureus Rossanensis sia giunto dall’Oriente in Occidente, e, nello specifico, in Calabria. L’ipotesi più plausibile è che il prezioso manoscritto sia stato portato a Rossano da monaci iconoduli (cioè adoratori delle immagini o icone) intorno alla prima metà del secolo VIII, all’epoca delle cruente persecuzioni iconoclastiche. Una di queste comunità arrivò a Rossano, la città più bizantina della Calabria e dell’Italia per oltre mille anni (dal 540 al 1460), definita per questo “Rossano la Bizantina”. Il Codex Purpureus Rossanensis è uno dei sette codici miniati orientali esistenti al mondo, di cui tre sono redatti in siriaco e quattro in greco, appartenente al tipo di produzione libraria color porpora, come i vangeli cosiddetti Beratinus, Sinopensis e il Petropolitanus. La perfetta sinergia tra scrittura e raffigurazioni iconografiche connota lo stile di quest’opera.