Condivisione, empatia e cura, all’insegna del progresso

Casa di Cura Santa Maria Maddalena: da 65 anni al servizio di un territorio di confine e della sua gente.

E’ sulle macerie di una guerra ideata e pensata dagli uomini contro altri uomini. E’ sopra l’orgoglio schiacciante migliaia di vite umane che spesso, lo dimostrano i fatti, la voglia di rinascita si fa più forte. La Casa di cura Santa Maria Maddalena pone le proprie radici e prende linfa vitale da un territorio che sa ancora di conflitto, ma che con forza vuole rinascere. Era il 1948 quando il dottor Francesco Pellegrini decide di lasciare il pubblico impiego all’Ospedale di Trecenta per intraprendere un’attività professionale libera da vincoli politici ed amministrativi, animato dal sogno di una costruzione sanitaria indipendente. Agli inizi degli anni ’50 i primi passi di un’attività ospedaliera che da allora rappresenta un punto di riferimento per una vera e propria zona di confine. A dividere due province, a definire due regioni è il fiume Po. Lo stesso corso d’acqua che versa la propria dirompenza in un territorio già provato, pronto a ricordare che se la natura si ribella l’uomo può solo affidarsi alla speranza. E’ con quella stessa speranza che il dottor Pellegrini sfida tempi ed avversità costituendo il nucleo operativo comprensivo di attività medica, chirurgica ed ortopedica cui si aggiunge ben presto quella di ginecologia. Con lui il dottor Ermes Dal Vecchio, il dottor Giuseppe Dagnello ed il dottor Walter Vertuani.  E così, ai piani alti di una struttura allagata, nacque la vita. ’Gesù Cristo è nato in una stalla, per terra – diceva il dottor Pellegrini –  questa signora potrà almeno partorire ai piani alti’. A dare una mano professionisti che faranno la storia della Casa di cura: Giuseppe Modenese, Glauco Carrà, Maria Favaro, Dina Longatti, Elena Fei e Rosina Ghelfi cui seguirono collaboratori preziosi come Gina Poletti, Pasquino Trambaioli, Ombretta Tamascelli e William Breviglieri. Con i suoi tredici anni era presente anche Franco Pellegrini, figlio di Francesco, colui che alla morte del padre e dopo le redini prese saldamente dal dottor Dal Vecchio, guiderà con coraggio e volontà di continuo e perseverante miglioramento, l’intera struttura. Il ricco registro di pazienti, ripartito dalla pagina uno dopo l’alluvione, vive e raccoglie il sacrificio e gli anni di esperienza costruiti da abili professionisti, ma prima di tutto uomini che vivono in empatia con chi si sottopone fiducioso alle loro cure .Nel 1965, poi nel 1978 e nel 1989 le modifiche più significative, con opere murarie in grado di consentire maggiori servizi, camere di degenza a due letti e dotate di servizio igienico riservato, ascensore montalettighe e locali del Pronto Soccorso. Nel 1992 il Comune di Occhiobello dichiara agibile l’ala ovest di cinque piani. Ed ecco che nella coscienza popolare, si insinua l’identificazione della Casa di cura come Ospedale. Già perché in fondo nulla c’è di diverso dal servizio istituzionale propriamente detto. 85000 le unità che si contano dal ’50 sino al 1999, anno nel quale si annoverano ben 20.000 interventi chirurgici, mentre sono 5000 le prestazioni di pronto soccorso ogni anno. L’attività spazia da interventi di urologia, chirurgia generale, ginecologica, oncologia e traumatologica d’urgenza. Nel 2003 la conclusione dell’ala est con l’inaugurazione che ha visto presente il senatore a vita Giulio Andreotti. La famiglia Pellegrini, a partire dal padre fondatore passando poi per i figli Franco ed Antonio, l’amministratore delegato eletto nel 1998 dottor Vittorio Morello, hanno compreso e concretizzato l’importanza di una maggiore personalizzazione ed umanizzazione delle cure, facendo proprio e divulgando un modo di pensare che a distanza di 65 anni sa sempre meglio coniugare il progresso con le esigenze reali dei pazienti. Ad oggi la Casa di cura con i suoi tre reparti di degenza, diversi ambulatori e tecnologie avanzate, rappresenta una struttura tra le più moderne ed in cui efficienza fa rima con progresso. Tra le attività d’eccellenza: la divisione di Ortopedia, che si occupa soprattutto di patologia degenerativa articolare e che conta ogni anno oltre 400 interventi di artroprotesi; l’Unità operativa di chirurgia vertebrale; la Medicina del dolore che tratta le problematiche secondo un approccio multidisciplinare; il Servizio di Gastroenterologia ed Endoscopia digestiva con percorsi diagnostici e terapeutici per tutte le malattie dell’apparato digerente; Radiologia, reparto con dotazione tecnologica d’avanguardia e che accoglie una media di 45000  pazienti ogni anno . A guidare la struttura è sempre il professor Franco Pellegrini, figlio del compianto fondatore professor Francesco. Un cognome che è forza e ricordo di radici profonde. L’attuale presidente si laurea in medicina e chirurgia all’Università di Ferrara nel 1962. Due anni dopo ottiene il diploma di specializzazione in radiologia, mentre nel 1968 si specializza in chirurgia generale e poi in oncologia nel 1970. L’anno successivo si traferisce in Germania alla divisione chirurgica ‘Links der Weser’. Nel 1972 è a Zurigo e nel 1976 a Stoccolma per approfondimenti. Nel 1982 diviene responsabile della Casa di Cura ed in seguito presidente della società. “Possiamo parlare tranquillamente di un surplus donato al territorio – afferma l’amministratore delegato Vittorio Morello, laureato in giurisprudenza con specializzazione nel settore dell’impresa e dal 1998 presente all’interno della Casa di Cura – non parlo solo di un ambito strettamente sanitario. I progressi sono tangibili anche da un punto di vista sociale, economico, occupazionale e culturale. Rimane l’annoso problema della disparità tra sanità pubblica e privata, nonostante la vigente legislazione la contempli, manca un’effettiva concorrenza fra strutture che operano nell’uno e nell’altro settore. Questo comporta una non completa attuazione del principio di libertà e scelta di cura da parte del paziente”. Morello dichiara buoni e basati sulla trasparenza i rapporti con il Ministero della Salute. “In Veneto il comparto dedicato alla Sanità privata è circa la metà della media nazionale – riprende – significa una piccola fetta del Servizio Sanitario. Va da sé che il pubblico detiene la maggior parte della gestione. Su un piano più ampio, volendo ragionale a livello nazionale e fatta eccezione della Valle D’Aosta, si rivolgono alla Casa di Cura pazienti da ogni regione. I maggiori fruitori giungono dall’Emilia Romagna, collocata al confine con il Veneto. Tale riconosciuta affluenza è dovuta essenzialmente ad alcune specialità di nicchia riconosciute a livello nazionale, come ad esempio la terapia antalgica”. Oggi come allora è chiaro il ruolo di una struttura che è punto focale sanitario per intere comunità, una perfetta sincronia, una commistione misurata tra ciò che era, ciò che deve e dovrà essere. Dalle sapienti mani, dalla scienza di pochi medici e dal genio del suo fondatore è nato e vive un esempio di come il servizio sanitario possa ritrovare davvero il suo scopo originario. Forse molti dei pazienti, ripercorrendone le mura e gli interni, rivedendone i contorni ed i colori, possono sentire di aver preso parte alla storia ed alla felice esistenza di quello che verrà sempre riconosciuto come ‘Ospedale di confine’.